La mia storia automobilistica continua con il racconto del regalo ricevuto da mio padre all’ottenimento del diploma di scuola superiore, e cioè di partecipare al corso di pilotaggio presso la Scuola Piloti di Henry Morrogh all’autodromo di Magione.

Era l’estate 1992, e io avrei guidato una monoposto per la prima volta! Ovviamente per me era tutto bellissimo, ed ho affrontato quella esperienza al massimo della concentrazione.

All’inizio un po’ di teoria, ci spiegavano cose per me comprensibili come le traiettorie, i punti di frenata, il cambio, ed anche cose nuove ed interessanti come fare gli assetti, la funzione delle barre antirollio o il punta-tacco necessario per scalare le marce con il cambio non sincronizzato.

Avevamo a disposizione un bel parco auto, tutte auto potenti e sfiziose, a parte una che non capivo come mai fosse lì: una vecchia Autobianchi Bianchina.

E poi c’erano le monoposto addestrative e cioè delle Formula Ford Kent 1.600. Erano vetture un po’ strane, poi ho capito perché fossero le vetture giuste per la scuola e perché siano state le migliori auto per la formazione dei giovani piloti.

Terminata la teoria, cominciavo a sentire scorrere l’adrenalina per la mia prima volta su una monoposto, su una vera macchina da corsa!!!

Ascoltavo tutto e tutti, ero lì teso e concentrato, aspettavo il mio turno. Il primo esercizio consisteva nell’affrontare un rettilineo ad un numero basso di giri motore e cambiare le marce nel modo corretto; dicevo a me stesso, facile!

Salito in auto e seduto all’interno dell’abitacolo, mi sentivo molto basso, vedevo soltanto in avanti in profondità e la parte superiore delle ruote anteriori, oltre al contagiri e qualche spia sul cruscotto.

Concentrato, tuta, casco, guanti, ero pronto, davanti a me i meccanici che davano il via e poi premo il pulsante e la macchina va in moto. Vibrava tutto, gli specchietti retrovisori vibravano a tal punto che non riuscivo a vedere nulla, però l’emozione era indescrivibile. Qualche colpo di gas e man mano che salivano i giri del motore, le vibrazioni cambiavano, forse anche io cominciavo ad adattarmi ma comunque era arrivato il momento di innestare la Prima marcia e partire.

Frizione, ma la prima marcia non entrava. La leva del cambio, cioè un pezzo di ferro attaccato all’interno dell’abitacolo sul lato destro era difficile da manovrare, era molto dura. Così mi spiegano che per agevolare l’ingresso della marcia avrei dovuto lasciare il cambio in folle, staccare la frizione e riprovare. Finalmente è entrata la prima marcia ed ero pronto a partire.

Ho fatto molta attenzione a non far spegnere il motore, non volevo fare una brutta figura!!! Così sono partito e pian piano è iniziata la mia carriera.

Una piccola accelerazione, ho inserito la seconda marcia, poi la terza e così via, e dopo ogni metro mi sentivo sempre più a mio agio e rilassato fino a quando avrei dovuto scalare le marce. Ecco, sono ricominciati i problemi, perché dovevo fare al meglio il punta-tacco per agevolare l’innesto della marcia più bassa.

Al termine del primo esercizio, continuavo a visualizzare nella mia mente l’intero processo, come e quando inserire la marcia, come scalare e cercavo di osservare gli altri per assorbire quante più informazioni.

Il mio istruttore mi dice di seguirlo per fare un giro in macchina con lui, e vedo che prende la Bianchina. Deluso, gli chiedo perché, e lui mi risponde: perché anche la Bianchina ha un cambio non sincronizzato!!!

Lui si siede al posto guida, io accanto, e comincia con la spiegazione; mi fa vedere come fare la doppietta con la frizione per salire di marcia e come eseguiva la doppietta al punta-tacco per scalare le marce.

Così mi sono seduto al posto guida ed ho cominciato. Eseguivo i cambi marcia molto lentamente per ricordare tutti i passaggi e, quando andava bene, nessun rumore, quando sbagliavo il cambio grattava! Quello era il segnale che avevo sbagliato qualcosa. Da quel momento in poi, ho sempre provato e riprovato con qualsiasi macchina fino a quando la manovra è diventata automatica.

Nei giorni a seguire abbiamo cominciato a girare sull’intera pista prendendo confidenza con la macchina in generale e con il tracciato. Ad ogni sessione aumentavamo il ritmo e miglioravano anche i tempi cronometrati.

Abbiamo effettuato molti esercizi, e il più intrigante era quello di creare una sbandata controllata ad un tornantino. È stato affascinante capire tutto di questo esercizio ed anche il perché ce lo facevano fare.    Ricordo con piacere quando riuscivo a fare delle belle sbandate ed anche i complimenti che mi rivolgevano i miei istruttori, fra i quali c’erano Vincenzo Sospiri e Gianluca Caldani.

L’ultimo giorno avremmo girato al massimo delle possibilità, senza nessuna limitazione, ed io ero concentratissimo! Tutti erano tranquilli e rilassati, a pranzo mangiavano regolarmente e tutto pareva essere un gioco; non lo era per me! Ho memoria di quanto poco io abbia mangiato a pranzo perché nel pomeriggio avevamo l’ultima sessione cronometrata e io volevo andare molto bene.

In silenzio indossavo il sottocasco, il casco e poi i guanti, poi mi sedevo in macchina e mi facevo allacciare le cinture; chiedevo di stringerle al massimo, quasi non riuscivo a respirare per quanto fossero strette, volevo sentire la macchina, volevo essere un tutt’uno con essa.

Comincia la sessione e guido benissimo! Come un martello, giro dopo giro segno il miglior tempo del corso e fra la soddisfazione personale e quella di Henry Morrogh si conclude questa magnifica esperienza con una monoposto.

Henry Morrogh, mi prese in disparte e mi disse: Giorgio, sei molto bravo! Vai forte, sei cresciuto tantissimo durante il corso e questo è molto significativo, quando vorrai correre in qualcuna delle gare del Campionato Italiano, chiamami e mi metto a tua disposizione! Tremavo, gioivo e sorridevo di soddisfazione.

Durante l’anno 1993, ho cominciato anche a frequentare l’Università alla Facoltà di Economia e Commercio, correvo con i Kart e come spesso accade, per caso nasce l’idea di approcciarmi alle gare in auto. Contatto così Henry Morrogh e mi dice che avrei potuto prendere parte alle ultime gare del Campionato che si svolgevano a Magione e a Vallelunga.

La decisione di cominciare con le auto di Henry Morrogh e cioè con le Formula Ford Kent 1600 è stata presa perché quest’auto insegna!

Questa vettura è la migliore in assoluto per la formazione dei giovani piloti avendo tutte le caratteristiche tipiche delle monoposto più conosciute. Brevemente, la Formula Ford 1600 è una vettura con telaio tubolare, motore Ford aspirato 1600cc, cambio non sincronizzato Hewland, ruote scolpite utilizzabili in tutte le condizioni di asfalto. Imparare a Pilotare un’auto come questa significa prepararsi seriamente al passaggio alle categorie superiori.

Il debutto è avvenuto a Magione (PG). Dopo alcune sessioni di prove libere, i miei tempi miglioravano di volta in volta, alla fine erano in linea con i tempi dei migliori piloti del Campionato e questo era per me già la prima grande soddisfazione. Poi sessione di qualificazione: Secondo tempo e partenza in prima fila. Il giorno dopo, la gara. L’adrenalina, le emozioni, tutto era bello ed eccitante e 2° posto al traguardo alla prima gara, hanno rappresentato un importante inizio.

La gara successiva a Vallelunga mi ha visto nuovamente al 2° posto al traguardo e per l’ultima gara di Campionato a Magione (PG) ho tagliato il traguardo al 3° posto.

Questi risultati mi hanno consentito di arrivare, con sole 3 gare su 10, al 5° posto in classifica assoluta, e all’assegnazione del premio riconosciuto dalla rivista settimanale Autosprint come Pilota più promettente in gara, premio consegnatomi da Nicola Larini, al tempo pilota e collaudatore Ferrari.

Henry Morrogh, al termine del Campionato mi propose di partecipare per la stagione 1994 al Campionato Inglese di Formula Ford 1800 Zetec con il Team Olympic Motorsport.

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